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Ci sono due cose che ho sempre voluto che tu sapessi riguardo alla nostra casa: fin da quando l'hai scelta, in piena crisi del mercato, a prezzo da saldo, come se fosse un cartone di latte in scadenza. Per noi due, dicesti, finalmente lontani dalla frenesia. Ho sempre voluto dirtele, ma non sapevo come.
La prima: odio la porta a vetri che dà sul giardino sul retro. È come una ferita tenuta insieme da punti di sutura messi male: basterebbe un misero cacciavite infilato nella serratura per spaccarla, esponendo tutti gli organi della casa, pronti per essere venduti al mercato nero. L'ingresso è come un intestino, buio e umido, ricoperto da quadri senza senso di cui eri certo che il valore sarebbe triplicato nel tempo; il bagno è come un fegato, rosso scuro e antiquato, con un vecchio bonsai di fico che domina il davanzale. Pregavi sempre che non morisse all'improvviso, ma gli alberi non lo fanno mai, sai? Muoiono in piedi. "Un giorno varrà una fortuna." Di notte, quel bonsai proiettava un'ombra che mi ricordava quella di una scopa impazzita che aveva sviluppato una mente malvagia propria, e voleva spazzarci sotto il tappeto quando entravamo per fare pipì a mezzanotte.
Mi chiedo come sarebbe la nostra camera da letto, se fosse una parte del corpo: mi viene in mente la milza, un organo così dimenticato che nessuno ricorda più a cosa serva. Ho cercato informazioni e a quanto pare la milza serve a filtrare il sangue cattivo. Ed è proprio così, il più delle volte infatti litigavamo a letto, invece che... finchè hai comprato quella grande TV. "Chi è che mette uno schermo in camera da letto?" ti ho chiesto. "Le coppie che... sai", hai risposto. "O le coppie che non..." Nella nostra relazione, spesso mancavano i sostantivi alle preposizioni.
Alla festa per l'inaugurazione della casa vennero tantissime persone, i vicini e anche i tuoi colleghi di lavoro, ti ricordi? Eri un uomo molto popolare, allora. Io stavo portando una grande brocca di margarita in giardino; chissà se a qualcuno piace davvero, quella miscela viscida che sa vagamente di veleno, sogni acidi e delirio. Attraverso la porta a vetri, vedevo il cortile sul retro, illuminato d'oro dal sole al tramonto, e la tua lunga ombra. "Oh, davvero?" stavi dicendo, e il tuo tono era così seducente che lì per lì ho pensato che ti stessi rivolgendo a me: come facevi a sapere che ero lì? Era forse quell'odore di margarita?
E poi, un'ombra diversa si è sovrapposta alla tua, e poi non sono più riuscita a distinguerle. Ho fissato le accecanti piastrelle di cemento finchè le forme non si sono separate di nuovo, la tua dritta e semplice, la sua a forma di clessidra. Niente parole. Un tuo collega è passato e si è fermato accanto a me finchè la tua ombra non si è divisa di nuovo in due, come per mano di un invisibile burattinaio.
“Perchè la stavi abbracciando?” ti ho chiesto più tardi quella sera, una delle nostre prime notti nel nuovo letto, con le luci spente.
“Sta attraversando un brutto periodo”, hai risposto. Un divorzio terribile, sì, lo so. Se avessi avuto un centesimo per ogni volta che me l'hai detto, probabilmente avrei potuto comprarti un pacchetto di preservativi.
Le lenzuola frusciavano mentre ti giravi nel sonno, e la tua sagoma si trasformava nell'ombra di un paesaggio montuoso. Immagino che riuscissi ad essere sincero solo con lei, mentre io immaginavo di calpestarvi e spaccarle la testa.
Un giorno portasti a casa un altro quadro e mi dicesti che l'avresti appeso in cima alle scale. Lo scartasti e ti avvicinasti a me: c'era una macchia dorata sul risvolto della tua camicia. "Cos'è quella?" chiesi. Girasti la testa per esaminarla, il che ti fece venire il doppio mento. "È ombretto", aggiunsi io. Tu distogliesti lo sguardo verso la porta a vetri e i tuoi occhi si riempirono di luce, cancellando ogni espressione.
“Sì. Oggi piangeva. Il suo ex sta cercando di portarsela via”, hai spiegato, e la parte mancante è stata sostituita da un vago gesto da prestigiatore della mano. Cosa? La casa? La figlia? L’insalata di pollo?
Se ti avessi detto qualcosa allora, sarebbe stato l'inizio della fine. Ma non l'ho fatto, e una linea invisibile si è materializzata sempre di più. Le macchie assumevano colori diversi ogni volta e apparivano su diverse parti dei tuoi vestiti, polsini, colletti e una volta persino sui tuoi boxer. Si era sempre truccata molto. Ho chiamato il tuo collega, quello che una volta stava accanto a me quando vi ho visti intrecciati. "Sta ancora affrontando quel divorzio", mi ha detto, la voce attutita dal piccolo altoparlante del telefono. "Vuoi che venga lì?" mi ha chiesto, ma non ho risposto e alla fine ha riattaccato.
Ti dissi che avrei lavorato fino a tardi quel giorno, invece sono tornata a casa per pranzo. Ho visto la sua macchina nel vialetto, così sono entrata dalla porta sul retro, girando la chiave nella serratura, anche se in realtà mi sarebbe bastato un fermaglio per capelli per aprirla. Mi sono seduta in salotto e ho aspettato nella sedia d'angolo; non mi hai nemmeno notata, quando sei entrato. Mi piace ancora pensare che fosse solo perchè ero avvolta nell'ombra, ma so per certo che in realtà non eri più in grado di vedermi.
Non abbiamo litigato, ti sei preso solo metà delle cose, e io non ho detto niente. Volevo tenere il quadro in cima alle scale, tu mi hai detto di aspettare un paio d'anni prima di venderlo e io non ho detto niente. Hai chiesto di poterti prendere l'albero di fico e ti ho detto di fare pure: ero sollevata dal fatto che non avrebbe più cercato di catturarmi di notte.
Ho rimosso la porta a vetri subito dopo che te ne sei andato. Mi è costato un po’, ma almeno non dovrò mai più rivedere quella scena: la brocca fredda in mano, il cemento che scintillava, le vostre ombre che si fondevano e macchiavano il mio perfetto pavimento del giardino. Ora al posto della porta c'è un muro e la ferita si è rimarginata, senza lasciare alcuna cicatrice.
Ho dato via la poltrona del soggiorno: non volevo più sedermici. Ogni stanza è come un lobo della mia mente, e non ho più tue foto sulle pareti. La carta da parati è rimasta un po' più chiara dove erano appese, e ogni volta che vado in vacanza con gli amici, agli eventi di famiglia, agli appuntamenti, chiedo alle persone di farmi una foto. Mi regalano nuove cornici per Natale, e pian piano quelle zone sui muri spariscono una ad una.
La seconda cosa che ho sempre voluto dirti di questa casa, è che ho dormito con il tuo collega nel nostro nuovo letto prima ancora che lo facessimo noi, e quando hai detto che odorava di usato e che stavi pensando di restituirlo, era solo il suo sudore e il mio. E quando hai notato quello sfogo che avevo sulla pelle del collo e del seno, erano solo i graffi dovuti alla sua barba incolta.